Vorrei riprendere e approfondire un tema di cui abbiamo parlato nella serata di “A sQuola di Giostra” – l'incontro intitolato “Il quartiere come scuola di vita, emozioni e socialità”, organizzato dalla Commissione Cultura di cui ho il piacere di fare parte. In quell'occasione ci siamo soffermati sulla dimensione sociale del quartiere e di come la realtà rionale sia una vera e propria palestra di vita: non qualcosa di fine a se stesso, ma una scuola che prepara chi la vive anche al mondo al di fuori della nostra piazzetta.
Ed è esattamente ciò che ho vissuto e che sto vivendo in prima persona.
La mia grande fortuna è stata nascere al civico n. 1 di Piazza Porta Crucifera, rendendo il mio avvicinamento al Quartiere quasi inevitabile. Fin da piccolo sentivo e vedevo dalle mie finestre la piazza che si animava, prima a giugno e poi a settembre. I miei genitori non sono mai stati quartieristi accaniti, ma conoscevano il Quartiere e mi hanno sempre permesso di crescere all’aria aperta, dandomi molta libertà.
Così, a partire dai 6 anni, ho iniziato a passare i miei pomeriggi in piazzetta. Ogni tanto i miei concedevano anche un’oretta serale - solo se avevo fatto il “bravo” durante la giornata - e per me quell’ora valeva più di mille pomeriggi. Mi sento fortunato anche per aver vissuto la piazzetta quando era ancora animata dalla bottega della Mafalda. I miei genitori le erano molto amici e per me è stata come una seconda mamma: da piccolo, dopo infiniti giri in piazza, mi addormentavo nel passeggino e mia mamma mi lasciava nella sua bottega, così da poter sistemare casa in pace. Crescendo ho iniziato a frequentare il Quartiere da solo, ma Mafalda era sempre lì, affacciata alla porta, a controllare che non mi facessi male e a richiamarmi quando era l’ora di tornare a casa.
Da bambino lo stare con i “più grandi” mi affascinava: li guardavo con ammirazione e sognavo di seguire le loro orme. È così che ho stretto un rapporto fraterno con Macris, che per me ha sempre rappresentato il prototipo del quartierista e l’esempio da seguire. Ricordo ancora il giorno in cui mi regalò una maglietta del Quartiere che aveva lui da piccolo: è stato uno dei regali più belli mai ricevuti e la conservo ancora gelosamente.
Vivere il Quartiere fin da subito mi ha fatto crescere in fretta. Iniziare ad assumermi delle responsabilità, seppur piccole - come aiutare ad allestire la piazza, fare le posate durante la settimana di Giostra, far parte delle Commissioni e del Gruppo Giovani o gestire cene ed eventi-, ha contribuito in modo fondamentale a formare la persona che sono adesso.
Ma l’aspetto per me più importante resta l’atmosfera unica che si respira qui, data dallo stare insieme tra persone di diversa età. A volte i rapporti che si instaurano a scuola o nello sport si affievoliscono nel tempo, mentre quelli che nascono all’interno del Quartiere restano per sempre. Un quartierista una volta mi disse: “Il Quartiere è bello perché se gli hai dato qualcosa, anche in piccola parte, e per qualsiasi motivo non hai la possibilità di tornarci per un periodo, stai tranquillo che il giorno che tornerai sarà lì ad aspettarti e ti riconoscerà il contributo che hai dato”.
Ogni volta che ci penso mi rendo conto di quanto queste parole siano vere: il Quartiere è una famiglia e, come ogni vera famiglia, non lascia indietro nessuno.
Crescendo ho avuto il piacere di stringere ancora di più i rapporti con le persone che mi hanno visto crescere, passando dall’ascoltare in silenzio i discorsi in piazzetta all'esserne parte integrante. Nessuna serata con la musica potrà mai sostituire la potenza di una serata di chiacchiere, dove il più “anziano” ti racconta di quando c'erano le stalle al circolo, di quando si facevano i funerali ai quartieri sconfitti o di quando le propiziatorie erano per 100 persone massimo. O ancora ascoltare chi ha trent'anni raccontare i tempi di Alessandro Magno e Carlo V e delle battaglie fatte per portare cambiamenti nel Quartiere; fino ad arrivare ai ragazzi della mia età, quelli cresciuti con la "prima baby gang", che stanno ancora imparando ma avranno a loro volta tanto da raccontare.
Questo legame tra generazioni è il nutrimento del Quartiere, ciò che crea tradizione ed è l’elemento che fa crescere i veri quartieristi. Quelli alla vecchia maniera. Quelli che, quando indossano il vestito del proprio Quartiere, sanno di indossare un pezzo di storia fatta di sudore, lacrime e gioia.
Ed è per questo che ogni passo è più pesante, ogni respiro è più profondo ed ogni gesto diventa più importante.
Lapo Peruzzi
FOTOGRAFIE di Alberto Santini e Maurizio Sbragi
collaborazione fotografica di Fotozoom: Giovanni Folli - Claudio Paravani - Lorenzo Sestini - Fabrizio Casalini - Marco Rossi - Acciari Roberto